Freire e la pedagogia degli oppressi

Oggi tratterò l’argomento di un grande pedagogista brasiliano che è stato anche un grande teorico dell’educazione: sto parlando infatti di Paulo Freire, che nasce nel 1921 in Brasile, per esattezza a Recife, e muore a San Paolo nel 1997.

Nasce da una famiglia della classe media, ma ben presto conosce la povertà e la fame durante il periodo della grande depressione del 1929: un’esperienza talmente forte che fu determinante poi per costruire le sue teorie sulla povertà e anche la sua visione educativa.

Si iscrive all’università nel 1943 a Recife dove studia alla facoltà di legge, ma contemporaneamente porta avanti studi di filosofia e di psicologia del linguaggio; si laurea in legge, ma

non pratica mai la professione di avvocato perché preferisce entrare in una scuola secondaria dove insegna portoghese. I suoi allievi principalmente erano tutti adulti analfabeti provenienti dalla parte nord orientale del Brasile e, portando avanti questo lavoro, constata proprio in prima persona l’inadeguatezza dei metodi educativi del tempo. Appassionandosi a questo lavoro, comincia quindi a studiare il linguaggio popolare e di conseguenza anche la visione del mondo che corrisponde proprio a questo linguaggio.

Nel 1961 fonda il movimento brasiliano di “educazione popolare” e nel 1963 viene chiamato per fondare un progetto di alfabetizzazione a livello nazionale.

Qual è l’obiettivo di questo piano nazionale di alfabetizzazione?

Freire si prefigge di alfabetizzare in dodici mesi più di 6 milioni di brasiliani e al contempo cercare di creare una coscienza, di aiutarli a trovare una coscienza anche politica.

Avevamo già visto come Rogers, con il suo piano educativo di pedagogia non direttiva, aveva creato una sorta di rivoluzione all’interno della scuola, mentre Freire critica non tanto il sistema scolastico per i ragazzi quanto il sistema extra scolastico per gli adulti.

Per mettere in pratica questo piano di alfabetizzazione degli adulti Freire inventa un metodo tutto suo, metodo che si contrappone alle idee del tempo di alfabetizzare gli adulti come se fossero dei bambini. Egli invece sviluppa la consapevolezza del legame tra oppressione politico-sociale ed educazione conservatrice e da tale consapevolezza nasce il suo progetto che verrà chiamato “la pedagogia degli oppressi”.

In pratica Freire che cosa fa? Cerca di rendere coscienti gli oppressi della loro condizione e di aiutarli ad uscire da questa condizione, senza però diventare a loro volta degli oppressori, ovvero cercando di evitare quella cultura e quella pedagogia di chi, avendo il potere, li tiranneggiava e li aveva ridotti ad essere dei veri e propri oppressi.

In una delle sue opere più importanti, appunto “la pedagogia degli oppressi” del 1970 Freire elenca una serie di caratteristiche che devono esserci a livello educativo, caratteristiche pratiche e del rapporto che ci deve essere tra educatore ed educando, caratteristiche che vanno proprio contro quelle che invece erano le regole fino a quel momento adottate.

Infatti lui dice che il primo passo per rendere concreto questo cambiamento e questa presa di coscienza da parte degli oppressi è proprio cercare di cambiare quello che è il rapporto tra educatore ed educando, abbandonando quella pedagogia autoritaria che vedeva l’educatore messo sul piedistallo, irraggiungibile e l’educando sottomesso che doveva abbassare la testa e doveva semplicemente seguire le istruzioni direttive dell’educatore. Quindi, abbandonando completamente l’idea che l’educazione debba essere a senso unico, si deve passare all’idea che l’educatore non sia quello che parla e l’educando quello che ascolta, ma deve diventare un rapporto bilaterale.

Questo vuol dire che, al contrario di prima, educatore ed educando sono messi sullo stesso piano e attraverso il dialogo si devono confrontare: il dialogo diventa quindi lo strumento principale e l’educando non deve più subire il monologo dell’educatore, ma deve essere il dialogo lo strumento di confronto tra educatore ed educando, dialogo attraverso il quale si possa costruire un vero rapporto paritetico.

In un’altra opera, “pedagogia dell’autonomia”, Freire racconta quali devono essere le qualità che deve avere l’educatore per essere un buon educatore e andare incontro proprio a questo modo, a questo stile di educare tutto nuovo che Freire ha inventato.

La prima caratteristica fondamentale è che l’educatore non deve essere più un detentore del sapere arrogante, un freddo trasmettitore di informazioni e di nozioni, come era un po’ visto fino a quel tempo, ma colui che abbandona questo ruolo istituzionale per avvicinarsi di più all’educando e per trasmettere sì il suo sapere, ma avendo una visione completamente diversa di chi ha di fronte; cioè cercando di rivolgersi a un qualcuno che è visto come un essere umano, proprio come lui; quindi vedere il rapporto educativo come un rapporto di scambio dove ci si confronta e dove non ci si erge su un piedistallo.

Il valore più importante per l’autore è proprio quello di vedere l’altra persona e di valorizzarne l’aspetto umano, tutti gli altri valori vengono in seguito, possono essere anche il risultato dello studio e delle idee che ognuno si fa rispetto poi alle sue stesse esperienze.

Per l’autore un’altra idea fondamentale in questa pedagogia degli oppressi è quella che l’educatore non si deve limitare ai muri di una scuola, ma deve uscire, deve andare nei villaggi, nelle vie, nelle strade dove ci sono tantissime persone, bambini e adulti, che non hanno la possibilità di andare a scuola e quindi non sono alfabetizzate; in conclusione aiutare queste persone non soltanto a raggiungere un’alfabetizzazione primaria, ma anche una coscienza politica e sociale.

La scolarizzazione degli oppressi quindi non si deve limitare a dare gli strumenti di base, come avviene nei primi anni di scuola, quindi saper leggere, saper scrivere, saper fare i conti, ma l’obiettivo è quello di giungere alla coscientizzazione, ossia cercare di aiutare le persone a prendere coscienza della situazione storico-culturale del momento ed eventualmente aiutare queste persone a trovare gli strumenti giusti per poter cambiare questa situazione storico-sociale che non è poi così positiva.

Questo può avvenire non soltanto grazie alla coscientizzazione, ma anche grazie allo sviluppo di una capacità critica che soltanto il dialogo comunitario può favorire; quindi vengono rotti gli schemi della scuola tradizionale e con gli adulti si ragiona in maniera completamente diversa: ad esempio anche nell’insegnamento della lettura e della scrittura si può partire, secondo l’autore, da determinati “quadri situazione”.

Cosa sono questi “quadri situazione”? In realtà altro non sono che delle immagini, dei disegni o delle fotografie che possono in qualche modo raccontare situazioni di vita quotidiana che questi adulti vivono giornalmente e dalle quali poi, dopo averle visionate, può scaturire un dibattito, una discussione per cercare di trovare una soluzione al problema che si evince dalla fotografia o dall’immagine. Un esempio potrebbe essere quello di un’immagine dove ci sono dei contadini che lavorano in un terreno che però è privo di acqua: la visione di questa immagine può far scaturire quel dialogo, quel confronto attraverso il quale poi le persone che sono coinvolte all’interno di questo gruppo possono dibattere proprio per cercare di trovare soluzioni alternative a questo problema.

Quindi cosa deve fare l’educatore? In pratica deve favorire la discussione, deve favorire le riflessioni che possono venire fuori dopo la visione di questa immagine e la possibilità, tramite il confronto, di trovare delle soluzioni più costruttive.

Per l’insegnamento della lettura Freire suggerisce che si può partire da determinate parole generatrici, ossia da parole che hanno un forte significato da un punto di vista sociale o da un punto di vista politico. E queste parole dense di significato sono poi adatte a generare altre parole e via via generare parole sempre più complesse, ma parole che riguardano sempre situazioni che queste persone vivono giornalmente.

 

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